Human Race – parte prima

Spazi Attivi ha voluto declinare alcuni spazi pubblici d'attesa o di passaggio per gli abitanti del Quartiere 4 di Firenze in spazi espositivi e di riflessione.

Human Race - Foto di Giuseppina Renna

Human Race - Foto di Giuseppina Renna

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Qual è il posto giusto per riflettere sull’umanità e la sua condizione nel mondo?
Qual è il posto giusto per fermarsi a guardare uno scatto in bianco e nero di un reporter?
Qual è il posto giusto per farsi fare qualche domanda, scrivere con un pennarello le risposte?

Per l’evento Human Race Spazi Attivi, con il supporto dell’Associazione Kenosis, ha deciso che il posto giusto sarebbe stato il mercato dell’Isolotto, l’ingresso del supermercato, la fontanella della biblioteca e la fermata del bus.

Così siamo andati in giro per il Quartiere 4 di Firenze travestiti da sandwich: davanti una foto e dietro un pannello su cui incollare riflessioni invogliate da una semplice richiesta, “Guarda la foto e scrivimi cosa ti suscita”.
Le persone ci hanno guardato con curiosità e scetticismo: siamo abituati alla ripetizione e una foto e una domanda nel posto dove non te l’aspetti, in qualche modo, smuove qualcosa, in qualsiasi senso.
Abbiamo raccolto senza distinguere. Le sensazioni restituite sono esposte alla BiblioteCaNova all’Isolotto insieme alle foto di Andrea Palmucci ed è possibile vederle fino al 27 maggio.
Spazi Attivi ha raccolto infinite sfumature tra chiusura e apertura, infinite sfumature tra paura e speranza, infinite sfumature tra vicinanza e lontananza, infinite sfumature tra solidarietà e indifferenza.
Hanno risposto quasi tutti, anche solo per dire che non riuscivano a scrivere nulla; hanno scritto in italiano, arabo, francese e inglese.

Spazi Attivi ha voluto declinare alcuni spazi pubblici d’attesa o di passaggio per gli abitanti del quartiere 4 di Firenze in spazi espositivi e di riflessione.
Rivisitare luoghi d’attesa e di passaggio con l’inserimento di un elemento imprevisto come una foto che richiede di fermarsi e riflettere, è servito a sondare la disponibilità delle persone a gestire la rottura della routine del luogo, a valicare i confini rigidi delle pertinenze dei luoghi di quartiere, a giocare con la novità e a prendere in considerazione la possibilità di vivere gli spazi collettivi come luoghi in cui tutto può succedere anche grazie all’interazione a cui noi siamo disposti.

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