Intervista 'a tradimento' al fotografo Andrea Palmucci

Human Race - Foto di Ilenia Romano

Human Race - Foto di Ilenia Romano

Spazi Attivi, grazie alle sensazioni suscitate dalle foto di Andrea Palmucci, ha riflettuto molto sull’umanità e la sua condizione nel mondo; sulle sfumature tra chiusura e apertura, tra paura e speranza, tra vicinanza e lontananza, tra solidarietà e indifferenza espresse nei post it scritti dalle persone incontrate in giro nel Quartiere 4 di Firenze. Davanti agli occhi scorreva una sequenza: sbarco - spiaggia - caso strano c’era quella scritta - ombra dell’altro bambino - la bandiera greca. Così, Spazi Attivi ha voluto approfondire la storia dietro ogni foto e, per conoscerla, ha ascoltato il racconto del fotografo. Ecco l’intervista, un po’ a tradimento, che Giuseppina Renna ha fatto ad Andrea Palmucci: Momento “Vedi il momento, il momento in cui sono distratti, sono persi. Cerchi di farli ridere, certi bambini non riesci. Quello piccolino ha uno sguardo che ha già 50 anni. Ho sempre lavorato con i bambini, ho affinità”. Distanza “Prima lavoravo con uno zoom, riuscivo a fare un ritratto

anche da 20 metri. Ora lavoro con un obiettivo fisso, un 28 mm. Per lavorare mi sono imposto di ridurre la distanza, devo far sentire anche la mia presenza”. Rispetto “Ci sono foto che ho fatto e non pubblicherò mai, foto che non ho fatto, che sono rimaste a me. Ogni foto tu la vedi io l’ho vissuta. La temperatura esterna, l’attimo, il suono, gli odori, è tutto un foto-registro”. Occhi “La sofferenza ti arriva da lì. I bambini non hanno filtri. Un grande si atteggia. Loro sono puri, quello che hanno negli occhi racconta tutto: il contesto lo raccontano loro. La razza umana è quella, non andiamo a dividerci in diecimila pezzettini”. Fotografia ”Ho la foto di quando scatto questa foto. A certi bambini metto la macchina al collo, mi hanno fatto degli scatti anche loro. Poi arrivano in 10mila. Non ho mai avuto problemi ad avvicinarmi. Anche le donne che all’inizio non vogliono poi si lasciano fotografare. È…

Spazi Attivi ha voluto declinare alcuni spazi pubblici d'attesa o di passaggio per gli abitanti del Quartiere 4 di Firenze in spazi espositivi e di riflessione.

Human Race - Foto di Giuseppina Renna

Human Race - Foto di Giuseppina Renna

Qual è il posto giusto per riflettere sull'umanità e la sua condizione nel mondo? Qual è il posto giusto per fermarsi a guardare uno scatto in bianco e nero di un reporter? Qual è il posto giusto per farsi fare qualche domanda, scrivere con un pennarello le risposte? Per l'evento Human Race Spazi Attivi, con il supporto dell'Associazione Kenosis, ha deciso che il posto giusto sarebbe stato il mercato dell'Isolotto, l'ingresso del supermercato, la fontanella della biblioteca e la fermata del bus. Così siamo andati in giro per il Quartiere 4 di Firenze travestiti da sandwich: davanti una foto e dietro un pannello su cui incollare riflessioni invogliate da una semplice richiesta, "Guarda la foto e scrivimi cosa ti suscita". Le persone ci hanno guardato con curiosità e scetticismo: siamo abituati alla ripetizione e una foto e una domanda nel posto dove non te l'aspetti, in qualche modo, smuove qualcosa, in qualsiasi senso. Abbiamo raccolto senza

distinguere. Le sensazioni restituite sono esposte alla BiblioteCaNova all'Isolotto insieme alle foto di Andrea Palmucci ed è possibile vederle fino al 27 maggio. Spazi Attivi ha raccolto infinite sfumature tra chiusura e apertura, infinite sfumature tra paura e speranza, infinite sfumature tra vicinanza e lontananza, infinite sfumature tra solidarietà e indifferenza. Hanno risposto quasi tutti, anche solo per dire che non riuscivano a scrivere nulla; hanno scritto in italiano, arabo, francese e inglese. Spazi Attivi ha voluto declinare alcuni spazi pubblici d'attesa o di passaggio per gli abitanti del quartiere 4 di Firenze in spazi espositivi e di riflessione. Rivisitare luoghi d'attesa e di passaggio con l'inserimento di un elemento imprevisto come una foto che richiede di fermarsi e riflettere, è servito a sondare la disponibilità delle persone a gestire la rottura della routine del luogo, a valicare i confini rigidi delle pertinenze dei luoghi di quartiere, a giocare con la novità e a prendere in considerazione la possibilità di vivere gli spazi collettivi…

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